Cuba e Varadero

Cuba

Al mio primo incontro con il Mar dei Caraibi rimasi senza fiato per la sorpresa: era assolutamente meraviglioso. Mi persi in uno scintillante sogno ad occhi aperti e nello stesso istante compresi di essermi lasciato alle spalle la parte peggiore del viaggio.
Rapito, succube addirittura della magia che sprigionava da quell’esplosivo paesaggio tropicale, stesi il mio telo di spugna sulla candida spiaggia di fine sabbia corallina e con un sorriso sognante esposi al sole l'osceno chiarore della mia pelle. Cominciai a chiacchierare con chiunque fosse a portata di voce.
Varadero era uno di quei rari luoghi di Cuba in cui era tollerata la promiscuità tra indigeni e turisti, una vicinanza che poteva riservare sgradite sorprese ma che, sicuramente, non era mai noiosa. La città più turistica di Cuba era una splendida eccezione dove esistevano briciole di libertà che in altre parti di Cuba sognavano ad occhi aperti. Altrove, le spiagge più belle erano in genere vietate ai cubani che non vi lavoravano.
La mescolanza era meravigliosa: feste eccitanti al suono di una chitarra e due maracas, languide bevute sulla spiaggia con il magico sfondo del mare più turchese che si può vedere, dolci divertimenti mentre il sole sorgeva, o tramontava.
Tutti avevano qualche cosa da vendere in spiaggia. Molti si fermavano da me per contrattare, ma erano pochi quelli che lo facevano seriamente. In quel momento, pensavano soltanto a divertirsi, a scambiare due parole con el itallano (si pronuncia: el itagliàno). Stavo al loro gioco e, ridendo, dicevo che dovevano farmi un prezzo migliore. Con sorrisi incantevoli che si aprivano sui volti mulatti o abbronzati, rispondevano invariabilmente che a nessuno avrebbero fatto un prezzo altrettanto buono. Non erano realmente interessati a vendere.
I sorrisi, la semplicità disarmante e la simpatica monelleria dei ragazzi che si alternavano al mio fianco, la deliziosa processione di giovani donne sorridenti e ammiccanti che si srotolava sul bagnasciuga con l’eleganza felina tipica della gente di colore, fecero volare il tempo.
Mi feci coraggio e chiamai la prima ragazza veramente carina che faceva passerella lungo sulla spiaggia. Lei venne a sedersi accanto a me lasciandomi senza parole. Non era normale. Come poteva un ragazzo come me, che veniva da un posto dove per fare colpo su una ragazza ci voleva una battuta da Oscar, la simpatia di un cabarettista e il magnetismo di un divo del cinema, rassegnarsi al semplice fatto che era bastato dire “Holà!” per conoscere una bella ragazza?
In un attimo il mio mondo era crollato. Dieci anni di duro lavoro, di profili psicologici, di tattiche degne di un generale d'armata studiate a tavolino, di pose davanti allo specchio a indovinare il profilo migliore, tutto distrutto, gettato al vento, umiliato da quattro semplici lettere: holà.
Poi, come un maschiaccio, mi pentii quasi subito della mia scelta. Mentre cominciavo a conoscere la mia chica, ragazze ancora più belle e desiderabili mi passarono davanti agli occhi buttando occhiate incredibili. Mi sentivo come una volpe nel pollaio, ma ormai il primo sasso lo avevo gettato e dovevo continuare in quella direzione.

Esmeralda mi aveva colpito molto. Era carina e sul suo viso nero come il carbone si accendeva sempre un sorriso davvero speciale: quando sorrideva lei il mondo sembrava fermarsi per cogliere l’attimo di quell'incanto. Era una ragazza estremamente affascinante.
Lo choc del mio primo incontro con una chica non fu solo nella semplicità del conoscersi. La temperatura sulla spiaggia divenne subito bollente, ma non fu soltanto a causa del sole che feci un lungo bagno per rinfrescarmi continuando a sorriderle e a tenerla d'occhio affinché non allungasse le mani verso le mie cose. La spontaneità con cui Esmeralda si mise a parlare di sesso, di cosa mi avrebbe fatto non appena ci fossimo isolati, mi sconvolse.
Venne spontaneo chiedermi se non avessi per errore chiamato una prostituta e proseguii la conversazione con i classici piedi di piombo. Non era il caso di pagare, sicuramente non per me.
Mi preoccupai di mettere in chiaro che io non pago le ragazze ma era impossibile dirlo senza usare quelle poche esplicite parole. Vidi con gli occhi della mente il protettore di Esmeralda menarmi al rifiuto di pagare, l’imbarazzo che avrei provato a quella degradante umiliazione. Il pericolo che Esmeralda potesse rubare le mie cose si dissolse quando mi mostrò il suo documento di identità, che i cubani devono avere obbligatoriamente con sé.
Conoscendo più a fondo gli usi e i costumi della gente cubana, imparai che il sesso non era mai un argomento imbarazzante per loro e, una volta superata la barriera di una mentalità così diversa, constatai che tutte le ragazze interessate a me parlavano come Esmeralda.
Nonostante imitassi il peggiore Woody Allen, il discorso del pagare una donna venne fuori ed Esmeralda mi assicurò di non essere quel tipo di donna anche se nei giorni successivi si sarebbe smentita comportandosi secondo una via di mezzo, da jinetera.

La jinetera, letteralmente fantina, è una invenzione cubana. E’ una donna che si trova a metà strada tra la brava ragazza e la prostituta che può prendere il meglio delle due versioni come il peggio a seconda che si guardi il bicchiere metà pieno o metà vuoto. Semplificando moltissimo, è una chica che diventa una ragazza fissa per il breve periodo di permanenza in cambio del divertimento, delle bevute e dei regali che può riceverne.
Chiarito il punto fondamentale con Esmeralda, mi trovai soddisfatto di avere una nuova amica e un appuntamento per la sera. Le cose giravano bene.
Il mio entusiasmo si affievolì un poco quando cominciai a pagare, per Esmeralda e per l'amica antipatica che si portò dietro quella sera nei successivi giorni: in un primo momento l'avevo scambiata per sua madre. Gustai le mie prime ore di vita mondana di Varadero giurando a me stesso che mai più avrei puntato sulla prima chica carina che vedevo, ma sulla migliore in assoluto. Ero continuamente investito da occhiate profondamente sensuali che mi facevano tremare le gambe per le scosse che mi davano. Mi guardavo alle spalle, imbarazzato, ancora incredulo di essere veramente io il destinatario di simili espliciti.
Non ho mai pensato di essere un ragazzo che si fa notare fisicamente anche se posso affermare che arrivo ad essere simpatico e irresistibile una o due volte all'anno. Sono molto timido di fronte alla vera bellezza femminile.
Esmeralda era gelosissima. Non appena si sentiva minacciata mi trascinava fuori dal locale dove eravamo entrati pochi minuti prima per infilarmi nel successivo. Mi girava la testa, ero troppo compiaciuto di me stesso a causa di tutte le attenzioni che ricevevo, troppo ubriaco di sguardi che erano aperti inviti a fare l’amore per oppormi alle maniere prepotenti di Esmeralda. La tappa finale di tutto quel girovagare fu La Patana, una discoteca su una chiatta galleggiante.
Il termine cubano significava confusione, caos, e il buio spesso come pece che ci investì insieme al suono assordante della musica spense ogni gelosia di Esmeralda. Non si vedeva nulla.
Era tanto buio che vedevo Esmeralda solo se mi sorrideva e fortuna che lo faceva spesso. Stanco di ballare, l’avevo portata ad una estremità della chiatta. L'amica, la gente, i contorni della chiatta e del mare diventarono sagome confuse nel buio della notte rischiarata dai colori rossi, verdi e gialli della pista da ballo. Eravamo soli.
Non stava bene fare quello che stavo facendo ma avevo spento ogni luce della mia ragione. Udivo soltanto il battito accelerato del mio cuore e l’ansimare veloce di Esmeralda. La mia bocca e la sua si cercavano affannosamente, le nostre mani si muovevano velocemente fuori e dentro i vestiti per possedere ogni centimetro di pelle nello stesso momento. Adoravo quei contatti, avrei passato ore addosso a lei. Dominavo quella situazione, della gente che mi circondava non poteva interessarmene di meno. Era la mia prima serata a Cuba.
Ero sorpreso. Solitamente sono timido e riservato, ma quell’esibizionismo, quella sensazione continua di essere osservato crebbe a dismisura la mia eccitazione. Sotto gli intensi flash delle luci stroboscopiche, il viso nero di Esmeralda si stampava nella mia mente come la sequenza dei fotogrammi di un film senza sonoro. Vi leggevo la sofferenza per l'eccitazione che provava e l’attesa per qualcosa che desiderava molto e che non arrivava mai.
Brevi sprazzi di lucidità mi lasciavano indeciso se concludere in mezzo alla gente che ballava o in camera quello che avevo cominciato. Poi, puntuale, arrivò l'amica di Esmeralda a separarci con la forza. Le dissi che ero stanco. Volevo portarla in camera.
Esmeralda mi aveva seguito insieme al suo bellissimo sorriso, ma nemmeno davanti al mio albergo la sua amica se ne voleva andare. I miei occhi dovevano essere diventati del colore del ghiaccio se lei aveva indietreggiato repentinamente, balbettando un saluto. Era finalmente consapevole di essere di troppo.
In spiaggia avevo cominciato a preguntare, domandare, per un cuarto mas barato, più conveniente. Chiedi e richiedi, la mia camera privata l’avevo trovata soltanto qualche minuto prima e l’avevo bloccata pagando per la notte successiva. Una coincidenza fortunata perché a Esmeralda non fu permesso di entrare nell’albergo. Il nostro incontro era stato soltanto rimandato di qualche minuto.


(Brano tratto da Cubalibro... clicca per acquistarne una copia autografata)


[ Autore: Claudio Montalti ] Pubblicato: 31/10/2007 Letto: 16940 volte